Welby e Wojtyla: quando l’intenzionalità cambia il modo di guardare alla morte

Morire è una cosa che dovremo fare tutti, vero, ma il “come” ci attanaglia!

Ci fa arrivare a pensare che esistano delle “belle fini” e delle “brutte fini”, delle vite degne e delle vite meno degne di essere vissute. Delle sofferenze sopportabili e delle altre per nulla pensabili. Tutto questo è umanamente lecito ma stabiliamo questo in base a cosa? esistono vite degne di essere vissute?

Così, qualcuno, credette che sarebbe stato meglio proporre un testamento biologico per tutti quelli che, attanagliati dalle umane preoccupazioni, qui ed ora e capaci di intendere e di volere, potessero decidere liberamente cosa un giorno vorranno e cosa no, quali cure accettare e quali no.

Ma quante volte nella vita crediamo di volere fortissimamente una cosa e poi cambiamo idea? Oppure si aprono nuove prospettive che neanche pensavamo e il nostro pensare muta?!

Il testamento biologico non è male in sé, certamente, ma è doveroso pensare anche a tutti limiti che questo si porta dietro. Non è una soluzione universalizzabile.

Del resto nascere e morire è a tutt’oggi ancora un vero mistero e nessuno potrà dirci in anticipo quando comincerà la vita e come andrà a finire la nostra vita.

Quel che però si può fare per capire il confine che c’è tra una morte rispettosa del dono della vita e l’eutanasia attiva o omissiva che sia, è valutare l’INTENZIONALITà DELLE SCELTE, di tutte, di tutti gli interventi.

Per capire meglio tutto ciò questo prenderemo, come esempio, due vite differenti, due scelte differenti, due morti differenti.

La vita e la morte di Papa Wojtyla e la vita e la morte di Giorgio Welby, un po’ come fece Mario Riccio, il medico anestesista che praticò la scelta eutanasica su Welby, e che sull’Unità nel 2011 scrisse l’articolo “La beatificazione di Karol e la condanna di Welby”.

Noi faremo tutto ciò con un occhio decisamente diverso,  meno di parte e ancor meno di quella parte!

Gpii[1]Papa Wojtyla:

La sua malattia, il Parkinson, lo portò di anno in anno e di mese in mese ad aggravare il suo stato di salute. Lo colpì per la prima volta nel 1991 con un lieve tremore della mano sinistra, progredendo nel tempo e rendendo sempre più difficoltosi i movimenti e la pronuncia delle parole. Con l’avanzare dell’età fecero comparsa anche problemi osteoarticolari, tra cui un’artrosi acuta al ginocchio destro, che, a partire dal 2002, rese sempre più difficoltoso per il Papa il camminare e lo stare in piedi a lungo. Il primo febbraio 2005 fu ricoverato all’ospedale per dieci giorni,  successivamente fu costretto a saltare gran parte degli impegni previsti per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Il 27 marzo, giorno di Pasqua,  il Papa benedisse la folla di mano sua, tentò di parlare, ma non vi riuscì. Tirò quel pugno che tutti ricordiamo! Il 30 marzo  il Papa apparve alla finestra su piazza San Pietro per poco tempo. Tentò inutilmente di parlare. Fu l’ultima volta che si mostrò in pubblico prima di morire. Morì pochi giorni dopo, il 2 aprile 2005 all’età di 84 anni alle ore 21:37.

Piergiorgio Welby: Welby_7[1]

Fu affetto da distrofia muscolare progressiva dall’età di 16 anni. Negli anni ottanta le sue condizioni peggiorarono ulteriormente, tanto da necessitare una disintossicazione dalle droghe assunte. Per questo fece uso di metadone, che sortì l’effetto desiderato, ma lo costrinse definitivamente a rinunciare all’uso delle gambe. Fu sua moglie che nel luglio 1997 a chiamare i soccorsi in seguito ad una crisi respiratoria di Welby, il quale, per sopravvivere, fu attaccato ad un respiratore automatico in seguito ad una tracheotomia. Era stato intubato e attaccato ad una macchina. Da lì si incominciò tutta una campagna mediatica dapprima “serpentinamente” silenziosa e poi pubblica, promossa dal Partito Radicale che non si fece scappare l’occasione per poter dire tutto il contrario di tutto, mettendo soprattutto in cattiva luca la Chiesa. Quello che successe poi, lo conosciamo più o meno tutti. Welby chiese di essere “lasciato morire”. Il 20 dicembre 2006 verso le 23:45 l’anestesista Mario Riccio, in presenza della moglie di Welby, Mina, staccò il respiratore e Piergiorgio spirò.

DUE VITE, DUE MORTI!

Qualcuno scrisse che erano stati “lasciati morire” entrambi.

Quel che è certo che entrambi sono morti ma mentre Papa Wojtyla aveva preferito lasciar perdere interventi che gli avrebbero allungato la vita ma solo in quantità, in mesi o forse in anni, preferendo cure palliative e confortanti a domicilio, Welby e la moglie si erano fatti prendere da quel turbinio di “prove e sperimentazioni” che è l’ospedale, che come specchio per allodole aveva riempito i loro anni di speranze infrante e di sofferenze, che erano andate via via accumulandosi. “Proviamo questo”.. “vediamo se così riusciamo a…”, “è un nuovo intervento…una nuova terapia…etc”. Nulla è servito se non  portare Welby a un grido di “aiuto”.

I mass media, la politica, i Ministri…tutti si misero in mezzo, senza capirci un gran che…tutti parlarono e tutti in quel momento si riempirono la bocca di parole come “cure proporzionate e cure sproporzionate, ordinarie e straordinarie”. Ma nessuno in fondò fece molto se non, la cosa più facile… accusare la Chiesa che su questi temi si espresse da molti anni e ancora oggi lo fa.

Si gettò molto fango sulla Chiesa, quello che questa gente non capì fu che mentre Papa Wojtyla non volle interventi e cure ulteriori perché non le riteneva utili al miglioramento del suo stato di salute, così come pensavano anche i medici,  Welby chiese di morire, di essere ucciso, parlò di una vita indegna di essere vissuta, cosa che per nessuna ragione la Chiesa avrebbe potuto accettare. Ecco la differenza: l’intenzione di ultimare la vita, di morire.

DUE VITE, DUE MORTI. L’una, quella di Papa Wojtyla, rispettosa della vita , sempre, anche nella sofferenza più ceca, nel dolore più sordo; l’altra, quella di Piergiorgio Welby, insoddisfatta e imbruttita da speranze infrante e da un senso di peso verso gli altri e di rifiuto della vita.

Così entrambi morirono, ma l’intenzione che il loro cuore diede alla morte dopo lunghe sofferenze non ci permette di dire che morirono allo stesso modo. Il loro modo di guardare alla morte, fu totalmente diverso.

VV

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